Che ci piaccia o no l’acqua è una risorsa finita. Finita nel senso di esauribile, limitata, ma anche nel senso di non sempre disponibile dove e quando serve.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Universitario per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute delle Nazioni Unite (UNU‑INWEH) il mondo è entrato nell’era della “bancarotta idrica globale”: una fase in cui la combinazione tra crescita della popolazione e cambiamenti climatici mette sotto pressione le risorse idriche in molti paesi.
Più persone, più cibo, più servizi significano inevitabilmente più acqua utilizzata.
Ma come possiamo trattenerne e gestirne di più per il futuro?
Perché parlare di bancarotta idrica (anche) in agricoltura
L’agricoltura è il principale utilizzatore di acqua dolce su scala globale, con circa il 70% dei prelievi complessivi assorbiti dai sistemi irrigui. È il segno che il settore agricolo sostiene la sicurezza alimentare della popolazione mondiale. Purtroppo però il clima è cambiato e le riserve non si ricaricano più come prima, con piogge meno regolari, ondate di caldo più frequenti e maggiore evapotraspirazione. Per continuare a produrre è necessario passare da un modello basato sull’idea di acqua “sempre disponibile” a uno in cui ogni goccia viene trattenuta, accumulata e riutilizzata nel modo più efficiente possibile.
Cosa significa per l’agricoltura calabrese
La Calabria sta sperimentando una fase di siccità sempre più frequente, con cali di portata in diversi schemi acquedottistici e invasi alimentati dall’altopiano silano.
Secondo i report Sorical, negli ultimi anni in alcuni bacini si sono registrate riduzioni di disponibilità d’acqua fino a circa il 30%, con invasi ai minimi storici e reti con dispersioni elevate.
Per le imprese agricole questo si traduce in turnazioni irrigue più rigide, maggiori incertezze sulla disponibilità stagionale e più competizione tra usi agricoli, civili, industriali ed energetici.
Su colture di pregio e produzioni di pianura irrigua significa affrontare fasi critiche di stress idrico, con possibili ripercussioni su rese e qualità, soprattutto nelle annate più calde.
In questo contesto, però, occorre pensare come riorganizzare aziende e infrastrutture per trattenere più acqua alla quale poter attingere nei momenti in cui c’è minore disponibilità.
Cosa si può fare: trattenere, accumulare, gestire meglio
Accettare che l’acqua non tornerà “come prima” non significa rassegnarsi, ma usare questa consapevolezza per progettare sistemi più robusti.
Le imprese agricole dovrebbero lavorare su tre direzioni: efficienza, infrastrutture, diversificazione.
1. Efficienza idrica
Lavorare sull’efficienza vuol dire produrre meglio a parità di acqua utilizzata. Ad esempio
- passare a sistemi di irrigazione localizzata (a goccia, subirrigazione) dove possibile, che in molti contesti permettono di ridurre i consumi rispetto ai metodi meno efficienti e di portare l’acqua solo dove serve, quando serve.
- Sperimentare strategie di irrigazione deficitaria controllata su colture come gli agrumi, dove prove sperimentali indicano la possibilità di ridurre i volumi irrigui fino a circa il 30% senza cali significativi di resa, se la gestione è ben calibrata sulle fasi fenologiche.
- Investire nella manutenzione degli impianti aziendali per ridurre perdite, intasamenti e distribuzioni non uniformi.
Infrastrutture e stoccaggio in azienda
Se il problema è che l’acqua arriva in modo più irregolare, la risposta è avere più capacità di stoccarla quando c’è. Nello specifico si può
- valutare la realizzazione di piccoli invasi aziendali o laghetti collinari, dove la morfologia e le autorizzazioni lo consentono, per accumulare acqua nei periodi di maggiore disponibilità e usarla nei picchi di domanda.
- Integrare sistemi di monitoraggio (sensori di umidità del suolo, dati satellitari, centraline meteo aziendali) per programmare i turni irrigui in base a fabbisogni reali e non solo all’esperienza, evitando eccessi.
Piccoli invasi e sistemi di raccolta delle acque piovane, se ben progettati, possono portare benefici sia produttivi sia ambientali.
Diversificazione colturale e gestione del rischio
Considerando che il clima non è immutabile, è importante mantenere aperta la possibilità di innovare le colture e l’organizzazione dei campi. In particolare
- ripensare gradualmente i piani colturali, riducendo le superfici a colture particolarmente idro-esigenti su terreni più vulnerabili e valorizzando specie o portinnesti più tolleranti allo stress idrico nelle aree più esposte.
- Valutare strumenti di gestione del rischio come le polizze agevolate per proteggere reddito e capacità di investimento.
Coltivare dentro nuovi limiti
Riconoscere che l’acqua è una risorsa finita può essere il punto di partenza per costruire aziende più solide.
Quel che è certo è che ogni scelta irrigua, colturale e infrastrutturale presa oggi determina quanta acqua riusciremo a trattenere domani nelle nostre aziende e quanta stabilità potremo garantire alle nostre produzioni. Dentro questi nuovi limiti c’è spazio per filiere e territori che restano produttivi proprio perché hanno imparato a gestire l’acqua come un capitale prezioso da mettere al sicuro.
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